articoli e pubblicazioni mobbing
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Risarcimento del danno da demansionamento
20-04-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
Legittimo il risarcimento in via equitativa
Il dipendente di una società aeroportuale è stato costretto a chiamare in giudizio la società datrice di lavoro per ben tre volte, in quanto aveva ottenuto già due volte la condanna della datrice di lavoro alla reintegra nel posto di lavoro, per licenziamento illegittimo e per il risarcimento del danno biologico e da dequalificazione professionale, ma la società era rimasta inottemperante all’ordine giudiziale. Successivamente aveva dovuto di nuovo convenire in giudizio la datrice di lavoro per conseguire una pronunzia dichiarativa dell’illegittimità della sua assegnazione a mansioni dequalificanti e di condanna della stessa convenuta al risarcimento del danno nella misura di euro 206.582,76, oltre che alla reintegra nel posto di lavoro precedentemente occupato.
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Continue vessazioni nei confronti della lavoratrice invalida
03-04-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
No al reato di maltrattamenti in famiglia ma si al reato di violenza privata
La dipendente di una piccola azienda lamenta di subire continue vessazioni da parte di padre e figlio titolati dell’impresa datrice di lavoro. Il Tribunale di Lecce/Casarano con sentenza condannava i due per il delitto di cui all’art. 572 c.p, in danno della lavoratrice. La norma “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli ” punisce chiunque maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte. La Corte di Appello di Lecce conferma la pronuncia di primo grado. I titolari della ditta promuovono ricorso per Cassazione. Con la Sentenza n. 12517/2012, la Suprema Corte rigetta il ricorso.
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Demansionamento
29-02-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
Sussiste il demansionamento e vanno risarciti al dipendente i danni non patrimoniali se viene spostato a un ufficio con qualifica inferiore
Troppo vecchio per continuare a operare in una banca con mansioni di funzionario di 4° livello ? Costa caro alla banca spostare il dipendente in un ufficio che non prevede la medesima qualifica. Infatti, il lavoratore agisce in giudizio, per veder riconosciuto il proprio demansionamento e ottiene ragione dalla Corte di appello di Firenze, che, accertato il demansionamento, condanna la società datrice di lavoro al pagamento, a titolo di risarcimento del danno biologico, di euro 4500,00 e, a titolo di un ulteriore danno non patrimoniale, di euro 20.000.00. La banca si era difesa negando discriminazione e demansionamento e ribadiva che lo spostamento del dipendente a un’altra filiale dipendeva dal fatto che alla stessa banca era stato assegnato un organico di 7 addetti con conseguente preposizione da parte di Quadro direttivo di 2° livello, mentre all’Azienda dei Presti, dove era stato trasferito il dipendente, era preposto un Quadro di 3° livello.
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Da caporeparto a semplice commesso
16-02-2012 di Studio Legale Law info@studiolegalelaw.net
E’ demansionamento e va risarcito il danno da dequalificazione professionale
Lavora per anni nel supermercato di una società della grande distribuzione con la qualifica di responsabile di reparto di macelleria. Ma, è un dipendente “scomodo” fruisce dei permessi di cui allalegge n. 104/1992. Così, quando chiede di essere trasferito nel supermercato della città in cui risiede, nell’erroneo convincimento che quest’ultimo appartenesse alla medesima società, questa approfitta dell’occasione e interpreta la domanda quale domanda di dimissioni. Un’altra società lo invitata a prendere servizio presso il supermercato sito nel luogo di residenza del lavoratore, che, in via cautelativa prende servizio, impugnando, tuttavia, il licenziamento comunicatogli dalla prima società, non avendo egli giammai presentato le dimissioni.
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Funzionario di banca si dimette poi chiede la reintegra denunciando mobbing e dequalificazione
10-01-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
Deve fornire la prova delle vessazioni e dei danni subiti
Lo abbiamo già rilevato che nella giurisprudenza c’è stata una stretta sul mobbing. Lo conferma la Sentenza n. 87/2012, emessa dalla Corte di Cassazione. Il caso. Il funzionario di una banca si dimette, poi chiede di essere reintegrato nel posto di lavoro, previo annullamento delle dimissioni rassegnate, il risarcimento del danno per il mobbing che il lavoratore assume di aver subito e il risarcimento del danno per l’allegata dequalificazione. La Corte di Appello di L’Aquila, confermando la pronuncia di primo grado, rigetta la domanda. Il giudice di appello esclude che le dimissioni rassegnate dal lavoratore fossero viziate da incapacità, il lavoratore non ha fornito la prova.
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Trasferimento illegittimo del dipendente
10-01-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
No al risarcimento dei danni non patrimoniali da mobbing si al risarcimento dei danni patrimoniali
Sarà una nostra impressione, ma pare che la giurisprudenza di legittimità e amministrativa abbiano dato una “stretta” sul mobbing. Le recenti sentenze, infatti si rivelano orientate, sulla base di un concetto di mobbing, che forse sarebbe opportuno rivedere, a chiedere, a chi denuncia situazioni di mobbing e chiede il risarcimento dei danni subiti, prove e controprove. Con la Sentenza n. 6/2012, il Tar della Basilicata ricorda che, per ” mobbing” si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione e di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità.
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Dipendente sanzionato e sostituito
27-12-2011 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
Non si configura il mobbing
Niente da fare. La Cassazione è ferma sulla definizione di mobbing con cui si intende una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta bel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisio-psichico e del complesso della sua personalità.
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Lamenta demansionamento e mobbing
23-11-2011 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
Necessitano le prove
In tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non sussiste automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può non richiedere una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, dall’esistenza di un pregiudizio, di natura non meramente emotiva e interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento ma anche di fornire la prova del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale.
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Il risvolto penale del mobbing
22-11-2011 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
In assenza di una legislazione ad hoc il mobbing nell’ambito lavorativo rende configurabile il reato solo ove tra il datore di lavoro e il lavoratore si instauri un rapporto para-familiare
Tragica vicenda. Un dipendente comunale, operatore ecologico, sottoposto a continue vessazioni e maltrattamenti, non regge e si suicida. Il responsabile delle condotte che hanno portato il lavoratore al suicidio, ovvero il Sindaco di un piccolo Comune è penalmente responsabile ? Con la Sentenza n. 43100/2011, la Cassazione risponde in senso negativo. Perché si configuri il reato di maltrattamenti, punito ex art. 572 cod. pen., è necessario un rapporto tra soggetto agente e soggetti passivi caratterizzato da un potere autoritativo esercitato, di fatto o di diritto, dal primo sui secondi, i quali, specularmente, versano in una condizione di soggezione, situazione tradizionalmente confinata nell’ambito familiare, specie in relazione alla posizione preminente del marito rispetto alla moglie o dei genitori rispetto ai figli e, successivamente estesa a rapporti educativi, di istruzione, di cura, di vigilanza, di custodia o a quelli che si instaurano nell’ambito di un rapporto di lavoro.
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Nuovo incarico conferito a una dipendente della Regione
07-10-2011 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
Sorpresa il nuovo incarico consiste nel non fare nulla
La Corte di Appello di Torino conferma la sentenza del Tribunale di Aosta che ha condannato la Regione Autonoma Valle d’Aosta al pagamento in favore di una dipendente di una indennità a titolo di risarcimento del danno da demansionamento. Il giudice di appello ritiene fondata la pretesa risarcitoria fondata sulla lesione del diritto all’espletamento dell’incarico attribuito. Infatti, alla dipendente era stata attribuita la qualifica di addetta al servizio controllo di gestione, ma a tale Ufficio non erano stati assegnati né personale né risorse finanziarie. Inattività totale.
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Licenziata per superamento del periodo di comporto lamenta di essere stata oggetto di comportamenti di mobbing
17-09-2011 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
La Cassazione sconfessa le pronunce di primo e secondo grado che hanno rilevato la sussistenza del mobbing mancano le prove
Il Tribunale di Milano accoglie, ritenendola fondata, la domanda presentata dalla dipendente di un supermarket, in merito al riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento intimatole dall’azienda per superamento del periodo di comporto, nonché in merito al risarcimento del danno subito a causa del comportamento vessatorio tenuto dal datore di lavoro e, segnatamente, dal direttore della filiale in cui la dipendente operava. Il Giudice di primo grado afferma che, nella fattispecie concreta dedotta in giudizio, era ravvisabile la sussistenza del mobbing, stante la ripetitività, la pretestuosità e la permanenza, per un considerevole periodo di tempo di atti vessatori, inerenti alla gestione del rapporto di lavoro e tali da creare un clima ostile, di conseguenza, si doveva riconoscere la responsabilità del datore di lavoro per violazione dell’obbligo di sicurezza e protezione dei dipendenti.
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Il mobbing rappresenta una violazione dell’obbligo di sicurezza posto a carico del datore di lavoro
20-06-2011 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
Legittimo il risarcimento del danno biologico per violazione delle norme poste a tutela dei lavoratori mentre per il danno esistenziale non può farsi ricorso alla prova presuntiva
L’articolo 2087 del codice Civile “Tutela delle condizioni di lavoro” dispone che l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Ora, l’illecito del datore di lavoro nei confronti del lavoratore consistente nell’osservanza di una condotta protratta nel tempo e finalizzata all’emarginazione del dipendente così detto mobbing , rappresenta una violazione dell’obbligo di sicurezza posto a carico dello stesso datore dalla norma citata.
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