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articoli e pubblicazioni immigrazione

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Diniego di riconoscimento della protezione internazionale

07-05-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net

 

La versione dei fatti contraddittoria e non riscontrata da validi elementi di prova non consente l’accoglimento della domanda

Un cittadino di origine kosovara chiede asilo pollitico, riferendo di aver lasciato il proprio paese perché minacciato da un gruppo islamico a causa della sua intenzione di convertirsi e vivere da cristiano. Sentito dalla Commissione, aveva riferito di essere entrato in Italia nel maggio 2005 per ragioni religiose, essendosi convertito al cristianesimo e avendo, ricevuto il battesimo nel giugno 2004, dopo aver conosciuto e frequentato missionari americani presenti a Maleshevo; di aver subito minacce gravi alla fine del 2004, per il fatto di essersi convertito, da “persone con il passamontagna”; di aver ricevuto una lettera minatoria; di essere stato indotto a lasciare il suo paese a causa di questi e altri episodi.

 

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Permesso di soggiorno per motivi familiari

03-05-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net

 

Possibile anche se il familiare è il nipote minore di età

 

La giurisprudenza allarga le maglie sul divieto di espulsione. Infatti, la Corte di appello di Milano ha rigettato il reclamo proposto dal Ministero dell’Interno avverso il provvedimento del Tribunale che aveva accolto il ricorso proposto da un cittadino straniero contro il diniego di permesso di soggiorno, richiesto per motivi familiari ai sensi degli artt. 28 lett. b) D.P.R. n. 394/1999 e 30 d.lgs. n. 286/1998. Secondo la corte del merito, poiché il cittadino straniero conviveva con il nipote, minore di età, avente cittadinanza italiana, il quale all’epoca della richiesta di permesso di soggiorno aveva quattro anni, era applicabile il divieto di espulsione di cui all’art. 19, comma 2, lett. c), d.lgs. n. 296/1998, talché ai sensi degli artt. 28 lett. b) D.P.R. n. 394/1999 e 30 d.lgs. n. 286/1998 il Questore avrebbe dovuto rilasciare il permesso di soggiorno per motivi familiari, posto che nella concreta fattispecie il padre del minore aveva confermato “l’adesione al progetto di convivenza”.

 

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Ricongiungimento familiare

19-04-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net

 

Solo con parenti fino al secondo grado

 

Un cittadino egiziano chiede il permesso per il ricongiungimento con il cugino cittadino italiano, ma il Questore di Mantova nega il permesso per coesione familiare di cui agli artt. 28 dPR 394 del 1999. Del pari la Corte di Milano respinge il reclamo del cittadino egiziano, osservando che al di là della non comprovata convivenza, vi era l’assorbente rilievo per il quale il nuovo testo dell’art. 19 c. 2 lett. c del decreto legislativo n. 286/1998 modificato dalla sopravvenuta legge 94 del 2009 non dava rilievo alla convivenza con parente entro il quarto grado, esigendo che tale parentela fosse entro il secondo grado e che la nuova norma, ancorché sopravvenuta dopo la presentazione della domanda di permesso, era da ritenersi, alla stregua dell’indirizzo della Corte di Cassazione, immediatamente applicabile nella specie.

 

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Espulso rientra in Italia

02-04-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

Nessun reato dopo cinque anni si può rientrare

 

L’art. 13, “Espulsione amministrativa”, del Decreto Legislativo n. 286/1998, al comma 13 prevede che lo straniero espulso non può rientrare nel territorio dello Stato senza una speciale autorizzazione del Ministro dell’interno. in caso di trasgressione lo straniero è punito con la reclusione da uno a quattro anni e è nuovamente espulso con accompagnamento immediato alla frontiera. Uno straniero di origine dominicana è stato accusato di aver commesso tale reato, per aver fatto rientro in Italia, nel 2011, dopo essere stato espulso dal territorio dello Stato e accompagnato alla frontiera aerea, con imbarco diretto, nel 2004. Condannato dalla Corte d’appello di Napoli, a conferma della pronuncia di primo grado, in esito a rito abbreviato, alla pena di anni uno di reclusione. Il cittadino promuove ricorso per Cassazione e, con la Sentenza n. 12220/2012, la Suprema Corte accoglie il ricorso.

 

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Assegno di invalidità civile

14-03-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

Va concesso allo straniero regolarmente soggiornante in Italia

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione dell’art. 117, primo comma, Cost. e l’art. 80, comma 19, dellalegge n. 388/2000, nella parte in cui subordina al requisito della titolarità della carta di soggiorno la concessione agli stranieri legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato dell’assegno mensile di invalidità. Tale assegno, attribuibile ai soli invalidi civili nei confronti dei quali sia riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa di misura elevata e erogabile in quanto il soggetto invalido non presti alcuna attività lavorativa e versi nelle disagiate condizioni reddituali stabilite dalla legge per il riconoscimento della pensione di inabilità, costituisce una provvidenza destinata non già a integrare il minor reddito dipendente dalle condizioni soggettive, ma a fornire alla persona un minimo di sostentamento, atto a assicurarne la sopravvivenza.

 

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Emersione di lavoro irregolare

06-03-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

No se l’istante è stato condannato seppure con sentenza non definitiva

 

Un cittadino straniero ha impugnato innanzi al Tar del Veneto il provvedimento con il quale è stata respinta la domanda di emersione dal lavoro irregolare presentata dalla datrice di lavoro. Il Tar adito ha rigettato il ricorso avendo rilevato che l’interessato risultava condannato dal Tribunale di Treviso alla pena di anni uno e mesi cinque di reclusione e 700.00 euro di multa per ricettazione e possesso e fabbricazione di documenti falsi e che il reato per il quale è stato condannato il ricorrente rientra nella fattispecie di cui all’art. 381 c.p.p. e pertanto lo stesso assume carattere ostativo alla regolarizzazione.

 

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Cittadina straniera domanda di ricongiungimento familiare

06-03-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

Bloccata dalla nuova normativa

 

 

E’ principio consolidato nella giurisprudenza in materia di ricongiungimento familiare che si tratta di un procedimento complesso, a formazione progressiva, nel quale le valutazioni accertative della Questura o dello Sportello Unico vengono seguite dagli accertamenti della Rappresentanza diplomatica, le prime sfocianti nei nulla osta e i secondi nel visto di ingresso, o nel suo diniego, impugnabile quale atto terminativo innanzi al giudice ordinario. E’ indiscutibile che gli atti dell’Amministrazione, in materia di domanda di ricongiungimento familiare, sono privi di alcun profilo di discrezionalità ma attengano alla verifica della sussistenza o insussistenza dei requisiti delineati dalla legge per l’insorgenza del diritto al ricongiungimento, solo in tal quadro si giustifica la disposizione dell’art. 30 c. 6 del Testo Unico sull’immigrazione (decreto Legislativo n. 286/1998 e successive modifiche) che radica in capo al giudice ordinario la giurisdizione e solo per effetto di tale quadro dovendosi assumere che la domanda dell’interessato che contesta il diniego del visto di ingresso del suo familiare non ha alcun carattere impugnatorio dell’atto di diniego e in ragione de suoi vizi.

 

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Restituzione per impugnare la sentenza contumaciale

29-02-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

Si se l’immigrato si trovava all’estero al momento delle notificazioni e non ha avuto notizia del dibattimento di primo grado e del suo epilogo

 

Per decidere su una istanza di restituzione in termini, la procedura de plano, ovvero la decisione senza instaurare il preventivo contraddittorio, può essere consentita solo nelle ipotesi, espressamente richiamate dalla normativa codicistica, di manifesta infondatezza dell’istanza, ovvero di difetto delle condizioni di legge, intese in senso restrittivo quali requisiti non implicanti una valutazione discrezionale, ma direttamente imposti dalla legge, oppure di mera riproposizione di richiesta già rigettata.

 

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Modifica del titolo del permesso di soggiorno da lavoro subordinato stagionale a lavoro subordinato non stagionale

23-02-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

Modifica possibile solo al secondo ingresso in Italia

 

Un cittadino straniero, in Italia con regolare permesso di soggiorno per lavoro subordinato stagionale, nel chiedere il rinnovo del permesso scaduto, domanda il cambiamento del titolo del permesso, da lavoro subordinato stagionale a lavoro subordinato non stagionale. La domanda è stata respinta con provvedimento del Questore di Pavia. L’atto è motivato, in sostanza, con la considerazione che l’art. 24, comma 4, del decreto legislativo n. 286/1998 prevede la conversione del permesso per lavoro stagionale in permesso per lavoro non stagionale, permanente, subordinatamente alla condizione che il lavoratore interessato abbia fatto rientro in patria alla prima scadenza, in altri termini, il lavoratore deve trovarsi in Italia per il suo secondo permesso stagionale e non per il primo.

 

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Riconoscimento dello status di rifugiato

16-02-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

Si al clandestino che fugge dal suo paese perché perseguitato per motivi religiosi

 

Pratiche tribali che facciamo fatica a comprendere, eppure esistono tutt’ora presso alcune tribù. Quando il capo tribù muore, un parente prossimo è destinato a essere sacrificato durante i funerali per purificare al capo defunto la strada per l’al di là” e per mantenere con lo stesso un rapporto ultraterreno. Tale parente, era stato allertato sull’imminente pericolo. Rivoltosi alla polizia locale, questa si era limitata a consigliargli di fuggire perché i sacrifici umani rientrano nella tradizione di ogni singola regione e non determinano violazione deIle norme dello stato ghanese. Tuttavia, con la fuga il parente del capo sarebbe divenuto un nemico della sua famiglia e dell’intera sua etnia e rischiava lo stesso di essere ucciso anche se ormai, probabilmente, qualcun altro era stato sacrificato in sua vece durante la cerimonia funebre del capo villaggio deceduto.

 

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Diniego di emersione di lavoro irregolare

07-02-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

Non è sufficiente una condanna penale per rissa per respingere l’istanza di emersione

 

L’art. 588 cod. pen. “Rissa”, punisce con la multa fino a 309 euro chiunque partecipa a una rissa e, se nella rissa taluno rimane ucciso, o riporta lesione personale, la pena, per il solo fatto della partecipazione alla rissa, è della reclusione da tre mesi a cinque anni. L’art. 14 comma 5 ter del decreto legislativo n. 286/1998 punisce con la reclusione lo straniero che senza giustificato motivo permane illegalmente nel territorio dello Stato. Accusato e condannato per tali reati, un cittadino extracomunitario di origine marocchina si vede respinta l’istanza di emersione di lavoro irregolare, avanzata dal datore di lavoro sul rilievo che la questura aveva espresso parere negativo, stante i suddetti precedenti penali.

 

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Diniego del rinnovo del permesso di soggiorno per condanna penale

02-02-2012 di Anna Teresa Paciotti annateresapaciotti@studiolegalelaw.net
 

Va valutata anche la situazione familiare

 

 

La condanna riportata in sede penale può essere ostativa al rinnovo del permesso di soggiorno, tuttavia, la legittimità del provvedimento negativo adottato dal Questore va valutata anche alla stregua di quanto disposto dall’art. 5, comma 5, del decreto legislativo n. 286/1998 a seguito della modifica apportata dall’art. 2, comma 1, d.lgs. 8 gennaio 2007, n.5, secondo il quale “nell’adottare il provvedimento di diniego del rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare si tiene anche conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese d’origine nonché, per lo straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale”.

 

News - 15 / 05 / 2012

Il medico fa un certificato di proroga della prognosi sulla base di una telefonata della paziente

 

Si configura il reato di falso in atto pubblico

 

Un medico visita una paziente, poi, a distanza di quattro giorni dalla visita, la paziente con una telefonata chiede al medico di prorogare la prognosi e il medico acconsente senza peraltro procedere a nuova visita. Il medico viene accusato del reato previsto dall’art. 480 cod. pen. “Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in certificati o in autorizzazioni amministrative” e la paziente del reato di cui all’art. 489 cod. pen “Uso di atto falso”. La Corte di Appello di Milano ribalta la pronuncia di primo grado, che aveva assolto entrambi gli imputati rispettivamente per difetto dell’elemento soggettivo e per insufficienza della prova di colpevolezza. Entrambi gli imputati hanno promosso ricorso per Cassazione, ma, con la Sentenza n. 18687/2012, la Corte ha rigettato ambedue i ricorsi.

Dimesso dal reparto di psichiatria dell’ospedale torna a casa e uccide la madre

 

Nessuna responsabilità dei sanitari

 

Due medici sono imputati di concorso in omissione in atti del proprio ufficio, per avere, l’uno, quale dirigente di servizio di diagnosi e cura e, l’altro, quale dirigente medico di un ospedale, indebitamente rifiutato un atto del proprio ufficio consistito nell’avere omesso di procrastinare il ricovero di un paziente, nonostante le sollecitazioni dei genitori, i quali avevano a segnalare la pericolosità del figlio, che già in una occasione aveva aggredito la madre. L’evento di pericolo poi si verica con l’omicidio della madre commesso dal figlio dopo le dimissioni dall’ospedale. I

Reato di bancarotta

 

E’ bancarotta documentale semplice se la tenuta delle scritture contabili è stata affidata a un professionista inadempiente

La mancata tenuta delle scritture contabili o la loro tenuta irregolare, ove non sia provato il dolo richiesto dall’articolo 216 della legge fallimentare, non può che configurare la più lieve fattispecie di cui all’articolo 217, ovvero bancarotta semplice. In particolare, l’affidamento a soggetti estranei all’amministrazione dell’azienda della tenuta delle scritture e dei libri contabili, laddove appunto non sia dimostrato il dolo “qualificato” di cui all’art. 216, che non può essere presunto, non può che rilevare a titolo di colpa, sotto il profilo o della scelta inadeguata del professionista incaricato, o del mancato controllo. Così la Cassazione con la Sentenza n. 18697/2012.

Sanzione dell’avvertimento nei confronti di due avvocati

 

Hanno usato espressioni sconvenienti nei confronti di una collega

 

Innanzi al Tribunale di Padova si svolge un giudizio, instaurato da una avvocato, per la modifica delle condizioni di separazione personale nei confronti dalla moglie. I due avvocati difensori della moglie si lasciano andare all’uso di un’espressione “infelice” nei confronti di una collega, non parte in causa nel giudizio, definendola “amante” dell’avvocato ricorrente. Per tale motivo, ai due avvocati viene inflitta, dal Consiglio dell’Ordine, la sanzione dell’avvertimento, per violazione dei doveri di lealtà e correttezza nonché di quello relativo al divieto di espressioni sconvenienti e offensive contro un collega. La sanzione è confermata dal Consiglio Nazionale Forense.

Licenziamento per crisi aziendale

 

A carico del lavoratore la prova del repèchage

 

Nella giurisprudenza di legittimità è consolidato il principio secondo il quale in tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive, compete al giudice, che non può, invece, sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost., il controllo in ordine all’effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro, in ordine al quale il datore di lavoro ha l’onere di provare, anche mediante elementi presuntivi e indiziari, l’impossibilità di una diversa utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte, tale prova, tuttavia, non deve essere intesa in modo rigido, dovendosi esigere dallo stesso lavoratore che impugni il licenziamento una collaborazione nell’accertamento di un possibile “repèchage”, mediante l’allegazione dell’esistenza di altri posti di lavoro nei quali egli poteva essere utilmente ricollocato e conseguendo a tale allegazione l’onere del datore di lavoro di provare la non utilizzabilità nei posti predetti.

Risarcimento del danno da incidente stradale

 

Termini di prescrizione

 

Nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge quale reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l’eventuale, più lunga prescrizione prevista per il reato, si applica anche all’azione di risarcimento, a condizione che il giudice civile accerti, incidenter tantum, e con gli strumenti probatori e i criteri propri del procedimento civile, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto - reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi e oggettivi e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto, stante che la chiara lettera dell’art. 2947, c. 3, c.c., a tenore della quale se il fatto è considerato dalla legge come reato, e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile, ciò non consente la diversa interpretazione, secondo cui tale maggiore termine sia da porre in relazione con la procedibilità del reato.

Responsabilità medica

 

Nessuna responsabilità se la paziente non ha osservato le prescrizioni mediche non assumendo i medicinali

 

I congiunti di una donna deceduta convenivano in giudizio, innanzi al Tribunale di Milano una Azienda sanitaria per sentirla dichiarare responsabile, a titolo contrattuale o extracontrattuale, per il decesso della congiunta avvenuto dopo due visite domiciliari della guardia medica, nelle persone di due dottori che, ad avviso dei ricorrenti, avevano sottovalutato le gravi condizioni della paziente, senza provvedere al ricovero ospedaliero. La paziente decedeva il giorno successivo alla seconda visita per complicazioni respiratorie da infezione polmonare.